Prenotazioni per i prossimi corsi-classe (dopo l’estate 2016)

arabo-300x198As-Salâm ‘alaykum!

Premesso che in modalità individuale è possibile cominciare in qualsiasi momento lo studio dell’Arabo (a qualsiasi livello), si segnala che il prossimo ciclo dei corsi-classe di Arabo on line comincerà martedì 27 Settembre 2016 (termine: 23 Gennaio 2017).

Per il livello “principiantisono previste 30 ore complessive, articolate in lezioni serali da due ore ciascuna (il martedì dalle 20,30-22,30).

Questo corso è l’ideale per chi non sa assolutamente nulla e per coloro che in passato hanno seguito un corso di pari livello, ma o sono rimasti insoddisfatti o hanno ormai dimenticato tutto o quasi… Ma anche chi conosce l’alfabeto e poco più è bene che ricominci daccapo per consolidare le nozioni già acquisite, integrandole e sistematizzandole per poter poi proseguire nello studio dell’Arabo con maggior sicurezza.

Si ricorda che il numero dei partecipanti consentito dalla modalità on line è limitato, dunque se si è concretamente interessati a partecipare è bene prenotare in tempo utile, anche se può sembrare ancora troppo presto. Naturalmente, con “prenotazione” s’intende un serio e motivato desiderio di partecipare al corso, perciò un colloquio conoscitivo/motivazionale su Skype è necessario prima di prenotarsi.

A maggior ragione, un colloquio è indispensabile per accedere ai livelli “intermedio” ed “avanzato”: affinché tali classi siano quanto più possibile omogenee, serve infatti un test di livello preliminare.

Il corso di livello “intermedio” (30 ore in tutto) si terrà il mercoledì dalle 20,30 alle 22,30, dal 28 Settembre 2016.

Quello di livello “avanzato” (30 ore in tutto) si terrà invece il  venerdì dalle 20,30 alle 22,30, dal 30 Settembre 2016.

Si ricorda infine che a partire da qualsiasi momento è possibile iniziare lo studio della Lingua araba in modalità individuale, seguendo il programma stabilito per i tre suddetti livelli, oppure calibrando il percorso sulle più svariate esigenze, comprese quelle di coloro che devono sostenere un esame universitario di Lingua Araba.

Scrivici o contattaci su Skype per ricevere ulteriori informazioni!

18 maggio, 2016   Nessun commento

La Lingua Araba al Salone del Libro di Torino 2016

baldissera_arabo_torinoSi segnala a tutti gli appassionati di Lingua Araba, ma anche ai curiosi che intendono approcciarsi a questa lingua, che in occasione del Salone del Libro di Torino 2016 si terrà un incontro, sabato 14 maggio alle ore 17.00, che verrà presente il prof. Eros Baldissera, docente all’Univ. di Venezia Ca’ Foscari ed autore di vari importanti strumenti che gli studenti di Arabo ben conoscono.

Tra questi la nuovissima edizione del Dizionario di Arabo, ripubblicata in un’edizione che contiene anche dei supporti multimediali e che in quest’occasione sarà acquistabile ad un prezzo scontato.

 

10 maggio, 2016   Nessun commento

Nadia Anghelescu, Linguaggio e cultura nella civiltà araba

anghelescuL’autrice di questo studio sulla cultura araba è direttrice della cattedra di lingue e letterature orientali dell’università di Bucarest. Nadia Anghelescu si propone di dare con questo libro un contributo alla ricerca antropologica, partendo dalla convinzione che l’atteggiamento degli arabi nei confronti della loro lingua possa fornire utili elementi per la comprensione della mentalità e della cultura araba. Da questa prospettiva metodologica, l’autrice polemizza con quegli studiosi – tra cui cita E. Shouby e R. Patai – per i quali sarebbe invece la lingua stessa a esercitare un’influenza determinante sulla mentalità dei parlanti. È da notare tra l’altro come questi studiosi si servano di tale principio per dimostrare l’inferiorità della civiltà araba rispetto a quella occidentale. Così l’autrice riferisce che secondo Patai “l’indifferenza nei confronti del tempo, dell’esatta collocazione degli avvenimenti, sarebbe dovuta …’all’imprecisione delle forme verbali, che non corrispondono alle forme temporali delle lingue indeuropee'”. Secondo Anghelescu, per l’analisi antropologica non è dunque significativa la lingua in se, ma il rapporto tra la lingua e i suoi utenti. L’autrice individua un triplice campo d’indagine: la produzione letteraria, la scienza linguistica araba e l’atteggiamento degli arabi in generale verso la loro lingua. Questi punti costituiscono l’oggetto dei tre capitoli centrali del libro.

nadia_anghelescuUn’importante precisazione da fare è che il libro prende in esame la lingua araba letteraria, che non è l’unica lingua araba esistente, in quanto il mondo arabo è interessato da quel particolare fenomeno che gli studiosi occidentali contemporanei hanno indicato con il termine “diglossia”. Secondo questi studiosi esistono due varianti linguistiche: una “superiore”, altamente codificata, veicolo dell’espressione scritta, oltre che di quella orale elevata; l’altra “inferiore”, più semplice da un punto di vista grammaticale, usata nel linguaggio quotidiano; si tratta dei dialetti, i quali variano in maniera rilevante in relazione alle zone geografiche e ai gruppi di parlanti. Significativo per l’autrice è il primo tipo di lingua, in virtù della sua importanza nella definizione della stessa identità araba, in virtù cioè del suo “ruolo unificatore”. Il criterio linguistico è infatti il migliore per circoscrivere l’estensione del termine “arabo”, in quanto ciò che accomuna la varietà di abitanti dell’area geografica compresa tra il Marocco e l’Iraq e tra la Siria e l’Arabia Saudita è dato dal comune patrimonio linguistico e letterario.

Si può così comprendere meglio l’importanza che la lingua e la letteratura hanno per gli arabi, e in particolar modo la “mitizzazione” di ciò che Anghelescu definisce i “monumenti” della cultura e della lingua araba: il Corano e la poesia arcaica o preislamica. A questi “monumenti” si collegano gli inizi della cultura e della lingua araba, ed è importante segnalare che entrambi furono fissati per iscritto dopo un periodo di circolazione orale, e precisamente nell’VIII secolo. La poesia “preislamica” o “arcaica” – come si tende oggi a chiamarla, per evitare una collocazione temporale più precisa – è esaltata dalla critica araba tradizionale non tanto per i contenuti, peraltro alquanto ripetitivi, bensì per la sua musicalità. I poeti arabi preislamici componevano sulla base di un vasto repertorio di formule appartenente alla collettività; questa caratteristica contribuisce secondo l’autrice a suffragare la tesi dell’esistenza di una ‘koinŠ’ araba sovradialettale, un terreno comune sul quale i portavoce delle diverse tribù si incontravano. È proprio di questo stile ritmato e rimato, ricco di espressioni formulari, che si servirà Maometto per esprimere il suo messaggio profetico: la lingua del Corano, ritenuta dai musulmani la parola stessa di Allah, venne compresa non soltanto dagli abitanti di Mecca e Medina, ma da tutte le tribù che popolavano al tempo la penisola arabica. Per gli arabi infatti il Corano è ‘la Recitazione’ per eccellenza: ‘al-Qur’ân’.

Afis-Mic-jurnal-cu-amintiri-Nadia-Anghelescu-H848Questo fatto soprattutto ha impedito e impedisce tuttora agli arabi di abbandonare o di trasformare la lingua delle loro origini: una lingua che viene appresa a scuola, che non fa parte del linguaggio quotidiano, se si fa eccezione per le formule rituali che accompagnano i vari momenti della giornata. Oggi tuttavia si è sviluppato un arabo intermedio tra quello “alto” e i dialetti, che, presentandosi con una struttura semplificata, cerca di fare i conti con la modernità e con le sue esigenze di espressione: è l’arabo dei giornali e della televisione, che viene adottato – con la riduzione dell’analfabetismo e la diffusione dei mezzi di comunicazione – da un numero sempre crescente di persone. Anghelescu critica il modello diglottico, in quanto non è più in grado di rendere conto di una situazione linguistica complicata dall’affermarsi dell’arabo “medio”, inoltre, secondo l’autrice, questo modello è inadeguato anche in relazione alla pluralità dei livelli linguistici all’interno dei singoli dialetti. Infatti il linguaggio ricercato di un intellettuale si situa a un altro livello rispetto a quello di un semplice analfabeta.

Nel mare di osservazioni e di utilissime informazioni che ci fornisce il libro, una curiosità riguarda l’adozione da parte degli arabi di parole straniere e il sistema di “arabizzazione” di tali parole; attraverso il loro inserimento in uno schema arabo, le parole straniere perdono il loro aspetto originario e non sono più riconoscibili da parte dei non arabofoni: cosi, il plurale di ‘fîlm’ diventa ‘aflâm’.

(Recensione di G. Turroni pubblicata su “L’Indice”, n. 4, 1994)

Nadia Anghelescu, Linguaggio e cultura nella civiltà araba, (trad. it. di M. Vallaro) Zamorani, Torino 1993, pp. X-162, € 20.

 

21 marzo, 2016   Nessun commento

Un ricordo di Laura Veccia Vaglieri

vaglieri_apologia_islamismoIn testa al nutrito gruppo degli arabisti italiani ci sono oggi due donne, due veterane dei nostri studi, che ci serbano e tramandano l’eco di altre età, di altri grandi scienziati, vissuti e operanti in un clima assai diverso dal presente, quando l’interesse per il mondo arabo e per l’Islam potevano apparire una strana singolarità di pochi. Una di queste due anziane arabiste vogliamo qui ricordare, in coincidenza con un altro traguardo d’anni che sta per toccare (ci asteniamo per cavalleria da precisazioni ulteriori). Laura Veccia Vaglieri, con la sua coetanea e amica Virginia Vacca De Bosis, seguì alla Sapienza nei primi decenni di questo secolo le lezioni di Celestino Schiaparelli, il solitario arabista discepolo di Amari, traduttore di Ibn Giubair e Ibn Hamdis; e si fece conoscere negli anni Venti con quella agile e brillante Apologia dell’Islamismo, che le valse fin d’allora in ambiente arabo-islamico una ben meritata simpatia.

Quel pregevole libretto, in verità, più che riflettere le personali idee dell’autrice (come era nell’intento di quella serie formigginiana) riassumeva con molto garbo (e lo riconosceva apertamente al suo inizio) le tesi del modernismo stesso musulmano, in primo luogo la Risalat at-tawhìd di Mohammed Abduh; ma quella innegabile simpatia della giovane arabista italiana per uomini e cose dell’Islam moderno si mantenne poi fedelmente, quasi una costante della sua lunga vita. In effetti, essa parve dapprima rivolgersi di preferenza all’Arabismo e all’Islam a noi più vicino, con articoli e note di cronaca nella rivista Oriente Moderno, dedicati a zone e problemi «caldi» del mondo musulmano, cioè fin d’allora il problema palestinese e quello iracheno.

La figlia dell’archeologo triestino Dante Vaglieri mostrò cosi di buon’ora la sua solidarietà con l’irredentismo e il nazionalismo arabo.

veccia_vaglieri1Ma il suo interesse per la civiltà arabo-islamica nella sua interezza doveva affermarsi in altri importanti lavori. E qui va menzionata in prima linea la sua grammatica araba (Grammatica teorico-pratica della lingua araba, 2 voll., 1937-1961), con cui da oltre quarant’anni più generazioni di studiosi si sono iniziati alla lingua del dâd. Con questo fondamentale manuale teorico-pratico (di cui andrebbero solo ora rinnovati e rinfrescati gli esercizi), la Vaglieri affrancò gli italiani dalla dipendenza per l’apprendimento dell’arabo da grammatiche di stranieri (quella italiana di G. Gabrieli, del 1913, era rimasta limitata alla pura teoria, e le molte altre pullulate negli anni della guerra libica eran tutte di ben modesto valore), offrendo uno strumento ancor oggi valido per l’approccio allo studio sia dell’arabo classico sia di quello moderno. Gli si affianca l’ottimo manuale istituzionale Islam (1946), frutto dell’insegnamento della Vaglieri nell’Istituto Universitario Orientale di Napoli, ove ella fu dapprima incaricata di istituzioni e poi ordinaria di arabo negli anni fra il 1940 e il ‘63; e, risalendo dalla storia moderna a quella antica dell’Arabismo e dell’Islam, gli assai apprezzati studi sulle origini del kharigismo (Il conflitto ‘Ali-Mu‘awiya e la secessione kharigita riesaminati alla luce di fonti ibadite, 1952) e quello di affine argomento sul Nahg al-Balagah e sul suo compilatore ash-Sharif ar-Radi, 1958), che assicurarono a questa nostra studiosa una indiscussa competenza negli intricati problemi storico e letterari connessi alla figura e al califfato di ‘Ali.

Salita alla cattedra napoletana, la Vaglieri vi dispiegò per oltre un ventennio un attivissimo e fecondo magistero, creando lì quasi dal nulla un centro di studi arabi tuttora fiorente, con attrezzature librarie adeguate e una corona di discepoli, alcuni assurti poi a loro volta alla cattedra. Lo provano fra l’altro i due volumi di scritti a lei offerti alla sua giubilazione nel 1964, ove si incontrarono provetti maestri e giovani colleghi e scolari, formatisi al suo insegnamento. In collaborazione con uno di essi, Roberto Rubinacci (oggi ordinario a Napoli di civiltà musulmana), la Vaglieri dava nel 1970 l’ultimo dei suoi maggiori lavori, la antologia ghazaliana (Scritti scelti di al-Ghazali, nella collana «Classici delle religioni» dell’Utet); preziosa presentazione, di suoi testi, del pensiero religioso della Huggiat al-Islam, il grande filosofo teologo e mistico arabo dell’XI secolo, pietra miliare della spiritualità musulmana nel Medioevo. Con questo libro si chiudeva il cerchio degli interessi e dei lavori della Vaglieri su tutto il cammino dell’Islam e dell’Arabismo delle origini del VII secolo al culmine medievale e ai problemi e le lotte dell’età nostra. Nell’arco di tredici secoli, questa evoluzione ancora oggi in corso ha trovato nell’opera di Laura Vaglieri una scientificamente solida e simpatizzante valutazione.

veccia_nuova_edizLa lunga operosità di questa studiosa, come della Vacca De Bosis, congiunge abbiam detto le giovani generazioni odierne con quelle dei pochi e grandi nostri maestri di un giorno, quali i due Guidi, Schiaparelli, Nallino, Caetani. Quasi cursores, vitae lampada tradunt. Qualcuno poi, a mezza via fra quei tempi e nomi favolosi e l’irrequieto ribollire di interessi e passioni del presente, ha fatto in tempo ad apprezzare in lei non solo la dotta islamista, ma la scrittrice di gusto e di inventiva, provatasi anche nella ricostruzione narrativa del passato, in svaghi di fantasia sulla più splendida epoca del Califfato abbaside, l’età del mitico Harùn ar-Rashìd. Il ricordo di quelle inedite pagine, che la sua confidenza mi permise anni fa di gustare, mi fa ora associare il saluto del collega alla nostra decana con l’apprezzamento per la donna geniale e di spirito, quale è stata Laura Veccia Vaglieri.

Tratto da: Francesco Gabrieli, Orientalisti del Novecento, Roma, Istituto per l’Oriente C.A. Nallino, 1993.

20 gennaio, 2016   Nessun commento

Gli arabismi nell’Italiano

pellegriniChe la lingua araba, dal Medio Evo fino ai giorni nostri, abbia svolto un rilevante influsso sull’italiano così come su molte altre lingue neolatine (in particolare spagnolo e portoghese), è fatto ben noto. Il risultato concreto, evidente a tutti, di questa influenza lunga di secoli si ha nei cosiddetti prestiti arabi in italiano, cioè in quelle parole entrate a fare parte integrante del vocabolario dell’italiano, ma per le quali gli studiosi hanno rintracciato un’origine araba.

Se cerchiamo di definire brevemente, guardando ad una dimensione storica più ampia, i motivi che hanno portato alla penetrazione di parole arabe in italiano standard e nei vari dialetti, possiamo delimitare almeno quattro diverse cause, distinte ma collegate tra loro.

Il primo e più evidente, ma non necessariamente più importante, motore dell’afflusso di arabismi in italiano deve essere individuato nel fatto che, dall’ottavo alla fine del quindicesimo secolo, delle compagini statuali arabo-islamiche (e berbero-islamiche) governarono, con un’estensione territoriale mutevole, la penisola iberica e, per il periodo dall’827 al 1091, anche la Sicilia. Ovviamente, in quei territori di lingua romanza che si erano trovati sotto il governo diretto degli arabi, l’influenza della lingua araba dovette essere di necessità molto profonda.

In secondo luogo, però, bisogna ricordare che, al di là dello spazio geografico e del lasso cronologico in cui esercitarono un loro dominio effettivo in regioni a prevalente cultura latina, i differenti stati arabi hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nell’intreccio delle reti commerciali che hanno legato le sponde del Mediterraneo durante il medioevo e fino all’era moderna. Perciò, anche i contatti tra i mercanti arabi ed italiani hanno favorito la diffusione nella nostra lingua di numerosi elementi lessicali presi a prestito dall’arabo.

Accanto ai rapporti espressamente mercantili, anche le varie Crociate, la cui organizzazione e realizzazione fu, come tutti ben sanno, il risultato di un complesso di fattori tra i quali, oltre a quelli militari e religiosi, non mancavano quelli economici e commerciali, hanno probabilmente contribuito in maniera non secondaria all’arrivo di termini arabi in Occidente.

Infine, oltre a queste tre vie di trasmissione dei prestiti che possiamo considerare dirette, è necessario menzionare il fatto che un buon numero di parole di origine araba è penetrato in italiano in maniera per così dire indiretta e mediata, attraverso le traduzioni in latino, o, meno spesso, in un qualche volgare italiano, di un gran numero testi filosofici, astronomici, matematici e tecnico-scientifici redatti originariamente in arabo.

Sulla base di questo schizzo storico molto generale possiamo individuare tre vie principali di penetrazione degli arabismi in Italia:

 

  • i territori che sono stati sotto il governo diretto degli arabi (Sicilia, penisola iberica);
  • le rotte commerciali marittime e terrestri, in particolare quelle che avevano come termine le città marinare;
  • le Università ed i centri di cultura dove si elaboravano i testi e si divulgavano le conoscenze nelle materie tecnico-scientifiche e filosofico-umanistiche.

caracausiParlando più direttamente ed in modo conciso della penisola italiana, si può affermare che la Sicilia, per il suo essere stata sotto il governo diretto di diverse dinastie arabe e berbere, offre un gran numero di arabismi nei dialetti locali, ma non sembra essere stata un veicolo particolarmente importante di prestiti arabi nella lingua nazionale standard.

Pensando proprio all’italiano e non ai dialetti, il ruolo delle città marinare, e soprattutto di Pisa, Genova e Venezia, fu in realtà molto più rilevante di quello svolto dalla Sicilia. Nella maggioranza dei casi è infatti possibile accertare che gli arabismi dell’italiano sono entrati nella nostra lingua standard passando per una o più di queste città, che avevano degli scambi commerciali intensi e continuati con il mondo arabo.

Talvolta, però, non è facile individuare per quale via sia entrato in italiano un termine di origine araba. Così tramite Venezia è giunto forse all’italiano corrente la parola facchino e via Pisa invece è probabilmente arrivato ragazzo. Esiste inoltre un caso in cui la stessa identica parola araba è penetrata in italiano assumendo due forme e significati differenti, perché passata contemporaneamente da due vie di ingresso diverse: così darsena entrata via Genova e Pisa e arsenale arrivata a Venezia derivano in realtà dalla stessa parola araba, dar al-sina‘.

Volendo fornire una classificazione semantica generale dei prestiti arabi, si può dire che essi hanno per lo più un senso concreto, dato che si tratta in massima parte di parole della marineria, della mercanzia, di prodotti oggetto di scambio commerciale, di piante, frutti e di elementi del lessico tecnico, scientifico e matematico. Molto pochi sono invece i nomi astratti, gli aggettivi ed i verbi.

Lungo il percorso seguito dalle singole parole arabe per arrivare fino alla nostra lingua nazionale, hanno ovviamente avuto luogo vari e spesso complessi fenomeni di modificazione fonetica, che hanno cambiato, molto spesso radicalmente, la forma che il vocabolo possedeva originariamente in arabo. Soprattutto sono stati esposti ad una naturale evoluzione fonetica nel passaggio dall’arabo all’italiano i fonemi faringali e faringalizzati, uvulari e laringali della lingua araba: essi sono andati sempre del tutto perduti, data la loro difficoltà di adattamento al sistema fonetico italiano.

Anche semanticamente i prestiti arabi hanno subito molto spesso un’evoluzione, per cui il senso originario della parola araba è stato più o meno fortemente mutato da processi di degradazione semantica o di semplice spostamento di significato.

Si fornisce qui di seguito un elenco delle più comuni parole italiane di origine araba, ordinate per ambiti semantici.

 

LESSICO MILITARE, MARINARESCO E COMMERCIALE

Aguzzino. Dall’arabo al-wazīr, originariamente significante ministro, con degradazione semantica.

Alfiere. Sia nel senso di “portabandiera” che nel senso, da esso derivato di “pezzo del gioco degli scacchi movibile in senso diagonale lungo le caselle di uno stesso colore”. L’etimo è nello spagnolo alférez, che a sua volta viene, in ultima analisi, dal vocabolo arabo al-fīl “elefante” (entrati in arabo dal persiano pīl).

Ammiraglio. La voce ammiraglio trae origine dall’arabo amîr (comandante, principe, governatore) passato attraverso il greco amerâs (già in Eginardo, Vita Caroli); sulla specializzazione marinaresca della parola, già Michele Amari affermò che sarebbe avvenuta in Sicilia, alla corte dei Normanni (di qui passata alle altre marine europee).

Ascaro. Soldato indigeno delle vecchie truppe coloniali europee, specialmente quelle italiane in Eritrea e Somalia direttamente dall’arabo ‘askarī”soldato”, su cui è stato ricostruito il singolare maschile italiano ascaro.

Assassino. Deriva dalla parola araba hashishiyya o anche hashshashiyya, che significa letteralmente fumatore di hashish. Il termine fu usato per indicare gli adepti del gruppo ismailita dei Nizariti di Alamut in Persia, che seguivano con obbedienza cieca il loro capo noto come “il Veglio della Montagna”. Gli aderenti alla setta avevano costituito una sorta di organizzazione terroristica ante litteram, per realizzare azioni violente e assassini politici in vari paesi del Vicino Oriente. Si dice che, prima di andare a compiere simili imprese, i membri del gruppo si inebriassero, fumando cospicue quantità di hashish: da qui la denominazione, dalla connotazione denigratoria, di hashishiyya che fu loro attribuita. L’uso del termine è stato poi esteso ad indicare l’omicida, senza particolari attributi.

Cassero. Il termine, che indica la parte più elevata e munita di un castello, si riconnette all’arabo qasòr, castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino castrum, castello, fortezza.

Dogana. Dall’arabo diwan(a), libro dove si segnavano le merci in transito.

Facchino. La voce è stata a lungo ritenuta di origine francese. Più persuasiva la soluzione proposta da Pellegrini che fa risalire il termine alla parola araba faqîh, in origine giureconsulto, teologo, passata poi ad indicare il legale chiamato a dirimere questioni relative alla dogana (accezione questa chiaramente attestata nello Zibaldone da Canal: “tuti quelli che porta ollio in Tonisto [= Tunisi] si lo convien desvasselar e farllo metere in çare e non se può far se lli fachini del fontego de l’oio non è susso per vederllo inçarar”). La degradazione semantica da ufficiale di dogana a portatore di pesi sarebbe avvenuta nei secoli XIV-XV, quando, in seguito alla grave crisi economica del mondo arabo-islamico, gli antichi funzionari furono costretti a dedicarsi al piccolo commercio di stoffe (e effettivamente in un testo latino medievale del Cadore del XVI secolo e in un documento latino medievale di Venezia del 1458 la parola fachinus sembra indicare un mercante), che essi stessi trasportavano di piazza in piazza sulle proprie spalle.

funduqFondaco. Dall’arabo funduq, alloggiamento per mercanti, a sua volta derivato dal sostantivo gr. pandochêion, locanda.

Magazzino. Dalla parola araba di forma plurale makhāzin, depositi.

Ragazzo. E’ una voce sulla cui origine si è molto discusso. Tra le molte proposte avanzate, oggi generalmente accettata dagli studiosi è la provenienza araba del vocabolo che deriverebbe dalla parola raqqâsòRaqqâsò, nel Magreb, significa corriere che porta le lettere, messaggero (dal secolo XIII) ed è un termine molto probabilmente penetrato dalla Sicilia in Italia (o attraverso la terminologia della dogana). Da notare che alcune testimonianze latine (ragaceni, 1408, a Cividale; ragazzini, 1492 a Faenza) non rappresentano un diminutivo, ma il regolare plurale arabo di raqqâsò, cioè raqqâsûn.

Sensale. Dall’arabo simsâr, mediatore, derivato a sua volta dal persiano sapsâr.

 

INDUMENTI E LESSICO DEL VESTIARIO

Caffet(t)ano. Termine derivato direttamente dall’arabo quftān.

Cremisi. Nelle sue vare accezioni ha la sua origine nell’aggettivo arabo qirmizī “del colore della cocciniglia”, derivato dal vocabolo qirmiz “specie di cocciniglia” (a sua volta dal persiano kirm “verme”),

Gabbana. Parola derivata dal vocabolo arabo qabā’ “tunica da uomo dalle maniche lunghe”, entrato simultaneamente in Italia e in Spagna.

Giubba. Voce che ha la sua origine direttamente nella parola araba ğubba “sottoveste di cotone” di vasta diffusione romanza, ma soprattutto italiana.

Ricamare. Dall’arabo raqama, raqqama “ricamare, tessere una stoffa”, al quale restano fedeli molte varianti antiche e dialettali con rac- iniziale. Le corrispondenti forme francesi e spagnole sono state introdotte dall’Italia, che deve considerarsi il centro europeo di diffusione del ricamo, incrementata a Palermo intorno al Mille.

Scarlatto. Voce di origine persiano-araba saqirlat “abito tinto di rosso con cocciniglia”, a sua volta formato sul greco dal bizantino sigillátos, ricalcato sul latino (textum) sigillatum.

 

SUPPELLETTILI

Bbaldacchinoaldacchino. Dall’arabo bagdādī, aggettivo con il senso di “di Bagdad”, che già in Levante significava tanto una “stoffa preziosa di Bagdad” quanto “ornamento a forma di cupola, che sovrasta qualche cosa”.

Caraffa. Dall’arabo magrebino garrafa “vaso cilindrico di terra cotta con una o due orecchie”: forse c’è stata contaminazione con un’altra parola araba, qaraba, “bottiglia di vetro a grosso ventre”.

Giara. Parola forse entrata in italiano tramite lo spagnolo jarra o, meglio considerata la cronologia, direttamente dalla sua origine, l’arabo ğarra.

materasso. Dall’arabo matrah dalla rad. taraha “gettare”, cioè “luogo dove si getta qualcosa”, ad esempio un “tappeto sul quale coricarsi”. La parola compare quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania e Inghilterra, ma l’ipotesi più probabile e che il punto primo di diffusione, necessariamente meridionale, sia stato l’Italia.

Tazza. Dalla parola araba tāsa, giunta in tutto l’occidente verosimilment dai porti del Levante.

Zerbino. G. B. Pellegrini ha per primo riconosciuto l’origine ultima della parola nella voce araba zirbiyy “tappeto, cuscino”, trasmessa all’italiano standard probabilmente attraverso l’italiano regionale ligure.

 

LESSICO DELL’ARTE

LaccaNel senso di “sostanza colorata di origine vegetale, animale o artificiale, usata come rivestimento protettivo od ornamentale di vari oggetti”, è parola probabilmente derivata dall’arabo lakk, parola entrata in arabo tramite il persiano, e che trova la sua origine nell’indiano laksa.

Ottone. Una delle etimologie proposte ma soggetta a discussione lo riconnete con l’arabo latūn, a sua volta derivato dal turco altun/altın “oro”.

Tarsia. Il termine che indica una “tecnica decorativa in legno o pietra, consistente nell’accostare elementi di vario colore commettendoli secondo un disegno prestabilito” e l’opera ottenuta con tale tecnica”, deriva direttamente dalla voce araba tarsī‘, forma infinitiva del verbo rass‘a “ornare”.

 

ALBERI DA FRUTTO, ORTAGGI, SPEZIE

Albicocco. Dal vocabolo arabo collettivo al-barqu¯q, con variante fonetica (birqu¯q), che significa prugne, susine.

Arancio. Dall’arabo na¯rangÍ, vocabolo di origine persiana. In italiano la parola ha subito la caduta della n- ritenuta parte dell’art. (*un narancio > un arancio; la forma narancio è attestata nell’Ariosto e in alcuni dialetti, ad es. a Venezia troviamo naranza).

Carciofo. Dal vocabolo arabo di senso collettivo Khursûf .

Limone. Dall’arabo e persiano limun, a sua volta derivato probabilmente da una lingua orientale. Arrivò in Occidente insieme al frutto, durante le Crociate.

Marzapane. Contemporaneamente ed indipendentemente due studiosi, R. Cardona e G.B. Pellegrini, hanno esattamente individuato nel nome della città indiana di Martaban il punto di partenza della dibattuta storia del termine: l’arabo martaban designò, dapprima, un tipo particolare di vaso di porcellana, proveniente da quella città (cfr. massapanus nel latino medievale della Curia romana, 1337, e marzapani che, con varianti, s’incontra in inventari siciliani del 1487 e 1490: Lingua Nostra XV, 1954, 72, poi la confettura di zucchero e spezie, che quello solitamente conteneva (martabana in una lettera da Aleppo, scritta nel 1574 da un mercante veneziano e citata da G.B. Pellegrini).

Zafferano. Voce entrata in italiano dall’arabo za‘faran, forse con un tramite veneziano.

Zagara. Dall’arabo zahra “fiore” e, in particolare nei dialetti dell’Africa settentrionale, “fiore d’arancio”.

Zibibbo. Voce diffusasi dall’arabo zabîb, forse dalla variante fonetica egiziana zibîb.

 

LESSICO DELL’ASTRONOMIA E DELLA MATEMATICA

algebraAlgebra. E’ voce introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci col celebre Liber Abbaci (1202) e risale all’arabo ‘ilm al-gÍabr wa al-muqa¯bala,scienza delle riduzioni e comparazione (opposizione).

Algoritmo. Il termine, che come nome comune indica un procedimento di calcolo, deriva dal nome proprio del matematico al-Khwarizmi, che a sua volta significa nativo del Kwarizm, regione dell’Asia centrale.

Almagesto. Il vocabolo italiano, che significa libro di astronomia, rappresenta la forma araba al-Magisti del titolo dato all’opera astronomica di Tolomeo Megiste Syntaxis Mathematikes.

Almanacco. L’etimo è dall’arabo al-mana¯hŠ, clima, calendario.

Azimut. Termine del lessico astronomico che indica l’angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di osservazione. Deriva dallo spagnolo acimut, a sua volta dall’arabo al-sumut, forma di plurale fratto del singolare samt, strada, erroneamente sentito come parola al singolare.

Come si nota da queste cinque parole, molto spesso, ma meno frequentemente che in spagnolo, la parola araba è stata accolta in italiano nella sua forma determinata, cioè con la concrezione dell’articolo determinativo arabo al-.

Cifra. Come per la parola zero l’origine è da ritrovare nell’arabo sifr, propriamente aggettivo col significato di vuoto (cioè assenza di unità). Anche cifra, infatti, indicava originariamente lo zero e ancora nel 1740 il matematico Guido Grandi oppone cifra (cioè zero) a unità.

Nadir. Dall’arabo nazir, (punto) opposto (allo zenit)

X, segno per indicare l’incognita. In ultima analisi deriva dalla parola araba šay’, cosa, la cui lettera iniziale š (da pronunciarsi sh, fricativa palatale sorda) era usata come abbreviazione per indicare l’incognita nei testi arabi di algebra. In spagnolo antico (come ancor oggi in portoghese) il suono sh era scritto con la lettera x e quindi anche la š dell’incognita divenne x. L. Fibonacci nel suo Liber Abbaci seguì questo uso grafico e lo diffuse definitivamente.

Zenit. Il termine deriva dall’arabo samt al-ru’us, direzione delle teste. La parola indica il punto in cui la verticale che passa per un punto di osservazione incontra la sfera celeste.

Zero. L’etimologia è dall’arabo sòifr, vuoto, calco sull’aggettivo sanscrito śūnyá, vuoto, che i matematici indiani, e sul loro esempio poi gli Arabi che trasmisero la parola, col nuovo significato, in Occidente, usavano per indicare lo zero. Leonardo Fibonacci latinizzò tale voce in zephirum, che poi, nelle fonti italiane, diventò zefirozefro e quindi zero (documentato dal 1491). Un adattamento della parola araba più vicino all’originale è quello dello spagnolo cifra, italiano cifra (francese chiffre, tedesco Ziffer) col valore di segno numerico.

 

LESSICO DELLA CHIMICA

Alambicco. Dall’arabo al-anbiq, a sua volta derivato dal greco ámbix, tazza.

Alcali. In chimica indica i sali di potassio e di sodio. La parola deriva dall’arabo al-qaly, soda.

alchimiaAlchimia. Attraverso il basso latino chimiaalchimia (forma con l’articolo arabo), scienza occulta che ricercava la pietra filosofale, risale all’araboal-kimiyâ’, pietra filosofale (a sua volta tratto da una voce copta chama, nero, oppure dal greco chyméia , mescolanza di liquidi).

Alcol. Il vocabolo deriva dall’arabo di Spagna kuhòul, polvere finissima per tingere le sopracciglia, ed aveva originariamente due significati: il primo, più conforme all’etimo arabo, è quello di polvere finissima di solfuro d’antimonio o di solfuro di piombo, adoperata in Oriente per tingere di nero le ciglia, le palpebre e le sopracciglia. Poi, gli alchimisti avevano generalizzato il senso della parola in quello di polvere impalpabile. Paracelso arbitrariamente estende ancora il significato, portando il vocabolo a significare elemento essenziale, nobilissimo; per lui alcohol vini è dunque lo spirito di vino. È molto probabile che la voce sia giunta a noi attraverso il francese, ove è attestata dal XVI secolo.

Elisir. In italiano indica un liquore dalle proprietà corroboranti. L’etimo è dall’arabo al-iksir, pietra filosofale efficace anche come medicamento in forma di sostanza secca. L’origine ultima è infatti il greco xerós, secco.

 

PAROLE VARIE

Bizzeffe. Nella locuzione avverbiale a bizzeffe nel senso di “in grande quantità, a iosa”; direttamente dall’arabo magrebino bizzaf, “molto, in abbondanza” .

Garbo. L’ipotesi più accreditata, anche se non l’unica, è di una derivazione dall’arabo qalib ‘modello’, che spiegherebbe tanto le accez. più ant. (‘forma (dei pezzi di costruzione) di una nave’, attestata tardivamente – 1602, B. Crescenzio – nei testi it., ma molto prima in quelli dial. – come il gen. ga(r)ibu nel sec. XIII: E. G. Parodi in AGI XVI, 1902-05, 141 –, tenuti dal Diz. mar. stranamente separati con doppia e diversa etim.), quanto le forme dial., come il calabr. gálipu (C. Salvioni in SR VI, 1909, 19).

Meschino. Direttamente dall’arabo miskīn (forse a sua volta di lontana ascendenza accadica) “povero, misero”, documentato in Spagna nel secolo X, in Francia nel successivo.

scacchiScacco. Con ogni verosimiglianza il gioco ha avuto una storia simile a quella delle cifre “arabe”: come quest’ultime anch’esso è passato dall’India alla Persia e quindi nel mondo islamico, giungendo fino agli arabi di Spagna. La parola araba per scacchi è, infatti, di chiara origine indiana (shatranğ o shitranğ, proveniente etimologicamente dal sanscrito čaturanga “formato da quattro membra”, cioè i quattro pezzi del gioco). Essa è testimoniata ancora nelle lingue iberiche: l’antico portoghese acedrenche e il moderno xadrez, lo spagnolo ajedrez. Nelle altre lingue europee il nome del gioco è stato ricreato dalla formula mista arabo-persiana che segna la conclusione del gioco: shāh māt, cioè “il re è morto, scacco matto”.

Zecca. Direttamente dall’arabo sikka “moneta, conio” e dār al-sikka “zecca”, lett. “casa della moneta”. Zecchino ne è l’aggettivo “(ducato nuovo) di zecca”, e sostituì il vocabolo ducato, che designò una moneta aurea ideale.

 

Bibliografia essenziale

  1. Battisti/G. Alessio, Dizionario etimologico italiano (DEI). Firenze, Barbèra, 1950-57M. Cortelazzo/P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI). Bologna, Zanichelli, 1979-88 (e successive ristampe)G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Firenze, Le Monnier, 1967B. Migliorini, Storia della lingua italiana. Firenze, Sansoni, 1960G. B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia. Brescia, Paideia, 1972G. B. Pellegrini, Ricerche sugli arabismi italiani con particolare riguardo alla Sicilia. Palermo, Centro Studi filologici e linguistici siciliani, 1989C. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine. Bologna, Patron, 1982, P. Zolli, Le parole straniere. Bologna, Zanichelli, 19912

[fonte http://www.cultura.toscana.it/intercultura/studi_materiali/orienti/arabismi.shtml]

5 ottobre, 2015   Nessun commento

Come navigare nel “mare” dell’Arabo


arabo_mareAl-lughat al-‘arabiyya bahr
: “La lingua araba è un mare”. Tutti gli studenti di Arabo, prima o poi, ascoltano allibiti questa sentenza dal loro docente…

A qualcuno prende un certo timor panico all’idea di non vedere “terra” per un bel po’, mentre a qualcun altro comincia a ronzare in testa l’immagine terrificante di un naufragio!

Ma un viaggio in mare non è necessariamente sinonimo di catastrofe!

Certo, bisogna affrontarlo coi dovuti accorgimenti, e soprattutto in compagnia di un bravo ‘navigatore’ (il docente), che pian piano insegnerà tutti i trucchi dei veri “lupi di mare”.

Non bisogna però illudersi di poter circumnavigare un continente, la prima volta… Si parte con qualche breve sortita, in mare calmo e senza troppo vento. S’impara a virare a destra e a sinistra, a gettare l’ancora e a svolgere le corrette manovre nel porto. Si comincia a capire che quello è uno scoglio e quell’altra una secca.

Lo studio di una lingua-oceano come l’Arabo non è poi così diverso, e per questo “la lingua araba è un mare”, se da una parte ci pone di fronte ad orizzonti sterminati coi loro aspetti anche preoccupanti, dall’altra c’invita alla scoperta di un viaggio che, col passare del tempo, si farà sempre più emozionante e gratificante, fino a condurci, com’è il caso dei ‘marinai’ più tenaci, alle ‘sponde’ di una buona scuola di Arabo in un paese dove la lingua del Corano e delle Mille e una notte è come il pane quotidiano.

Dunque, l’importante, per partire col piede giusto, è porsi obiettivi raggiungibili nel breve periodo. Dopo di che, si leva l’ancora e si parte per una meta più lontana, fino a trovarsi in mare aperto e comprendere che, finalmente, non si doveva arrivare da nessuna parte perché… “la lingua araba è un mare!”.

1 agosto, 2015   Nessun commento

Le parole in azione. Volume I

le-parole-in-azioneTra le specifiche difficoltà che s’incontrano lungo l’apprendimento dell’Arabo, possiamo annoverare senz’altro la memorizzazione dei vocaboli.

D’altronde, se è vero che non poche parole italiane hanno un’origine araba, è altrettanto incontrovertibile il fatto che la stragrande maggioranza delle parole arabe non presenta appigli con quelle della nostra lingua.

Per questo è così importante, fin dal principio, impratichirsi col sistema delle radici e delle forme. Esse sono – assieme ad un sapiente uso del dizionario – il fondamentale strumento per riuscire a tenere a mente il maggior numero di parole possibile.

Ma a sostenere lo studente di Arabo in quella che comunque non è un’impresa disperata, giunge un nuovo libro, redatto da Wael Farouq ed Elisa Ferrero, pubblicato per i tipi dell’editore Vita e Pensiero (Milano 2013, 346 pp., € 38).

Il testo, già dal titolo, e che preannuncia la pubblicazione di un Volume II, sottolinea l’importanza della memorizzazione delle parole, poiché l’apprendimento di una lingua non può certo ridursi alle seppur basilari ed imprescindibili regole di grammatica e di sintassi.

Dopo un’utile introduzione nella quale vengono esposti i diversi sistemi d’insegnamento dell’Arabo, da quello per così dire “classico” che privilegiava la traduzione a quello “integrato”, altrimenti detto “metodo dell’insegnante” (un insegnante esperto ed attento a chi ha di fronte…), Le parole in azione entra nel vivo della materia, con l’ausilio di moltissime clipart atte a fissare nella mente dello studente le nuove parole che progressivamente incontra nel testo.

Il libro di Farouq e Ferrero, sebbene mantenga sempre un certo rigore nell’esposizione, scorre nel complesso in maniera leggera e piacevole, tra esercizi variegati ed approfondimenti culturali, oltre alla possibilità offerta di migliorare la pronuncia dell’Arabo attraverso un cd allegato.

Caratteristica specifica di questo Corso elementare di arabo moderno standard è, ripetiamo, quello di permettere allo studente di apprendere, assieme ai primi rudimenti della lingua, un certo bagaglio di vocaboli, che associati alle immagini risultano così di più facile ed immediata memorizzazione.

In attesa del secondo volume, non possiamo perciò che rallegrarci per questa nuova acquisizione tra il già nutrito parco dei libri dedicati allo studio dell’Arabo.

3 giugno, 2015   1 Commento

L’importanza del dettato

dettatoIn un certo senso, cominciare a studiare l’Arabo è un po’ come tornare sui banchi di scuola. Manca poco che ci si debba mettere il grembiulino… Scherzi a parte, a causa della novità e delle lettere e dei suoni, per un principiante di Arabo risulta assai proficua tutta una serie di esercizi che lo riportano dritto al tempo delle elementari!

Ecco così che il dettato, su quale le nostre maestre insistevano tanto, si rivela un esercizio assolutamente importante.

Importante perché abitua, fin dall’inizio, alle specifiche sonorità della lingua, foss’anche per scrivere – sotto dettatura, appunto – anche solo una breve parola. Importante anche perché impone allo ‘scolaretto’ la scrittura della parola coi caratteri arabi, strappandolo a quelle traslitterazioni che, nella primissima fase, per alcuni svolgono il ruolo della classica sottana della mamma…

Stabilito che è bene, fin dalle prime battute, sviluppare tutte le abilità linguistiche, il dettato permette allo studente d’impratichirsi alla svelta sia con certi “strani” suoni sia con le nuove lettere, che a poco a poco imparerà a conoscere.

Può essere l’insegnante, che in diretta legge, lentamente e ripetutamente, le parole in questione. Ma ci si può affidare anche a delle registrazioni (ormai molto diffuse), usandole nel modo più utile allo scopo e cioè interrompendole ad intervalli brevissimi per cimentarsi con la propria capacità di scrivere quel che si è sentito.

A tale proposito, si ricorda che è un esercizio utile anche ‘l’autodettato’, nel senso che ciascuno studente può registrare se stesso mentre legge una serie di parole o di semplici frasi, per poi misurarsi con l’ascolto di se stesso. Se non capirà assolutamente nulla, è segno che dovrà migliorare la sua pronuncia!

Infine, l’esercizio di dettatura (in questo caso quella impartita da un docente, in presa diretta, che deciderà i tempi dell’esercizio) ha il vantaggio di velocizzare lo studente nella scrittura dell’Arabo, poiché un conto è prendersi tutto il tempo che si vuole, un altro cercare di stare dietro al docente scrivendo in una grafia comprensibile.

L’insegnante, infatti, al termine del dettato, potrà chiedere agli studenti di rileggere, a turno, le varie parole o frasi dell’esercizio, e a questo punto chi non capirà la sua scrittura…

4 marzo, 2015   Nessun commento

Scrittura, Parola, Spirito

Citazione tratta da: Titus Burckhardt, Considerazioni sulla conoscenza sacra, (trad. it.) SE, Milano 1989, pp. 41-42.

burckhardt_conoscenza_sacraMolto significativo è il ruolo dominante della scrittura decorativa; essa ci consente di riassumere gli elementi e i diversi punti di vista di cui abbiamo parlato. La modulazione corretta della scrittura deriva dalla calligrafia, scienza che fissa la forma e i rapporti reciproci delle lettere e delle sillabe, e la cui legge artistica è ritmo puro – un ritmo che si evolve con una libertà che nessun’altra scrittura tollera. Alla scrittura si mescola, non senza intenzione simbolica, l’ornamento vegetale: viticci si sviluppano in filamenti ondulati dietro i tratti verticali delle più antiche iscrizioni delle regioni orientali dell’Islam, altrove le lettere stesse si trasformano in arabeschi vegetali; nell’uno e nell’altro caso vi è un riferimento alla connessione simbolica, attestata da diverse tradizioni, fra il Libro sacro e l’Albero del mondo. Inoltre, secondo l’ottica islamica, l’importanza della scrittura è legata al fatto che la parola è il veicolo più diretto dello Spirito [16]. Già l’arabo preislamico attribuiva il più grande valore alla parola e al linguaggio; e la dottrina islamica vede nella Parola coranica l’espressione stessa dello Spirito di Dio (Kalimatu Llâh), e ne venera la forma scritta come il corpo stesso del Verbo [17].

NOTE

[16] Le diverse correnti della teologia musulmana trovano la propria espressione negli stili della scrittura.

[17] Le dispute sulla natura creata o increata del Corano corrispondono esattamente alle discussioni dogmatiche sulle due nature del Cristo.

17 dicembre, 2014   Nessun commento

La discreta facilità del verbo arabo

dahdahSe c’è una cosa facile nello studio della lingua araba, questa è la coniugazione dei verbi.

È davvero una buona notizia!

Infatti il verbo, di solito (si pensi a lingue come il Francese o l’Italiano stesso), è in grado di far impazzire lo studente, con tutte le sue “irregolarità”.

Invece, per quanto riguarda l’Arabo, si tratta d’imparare un paradigma unico per tutti i verbi con radice triconsonantica (pochi sono quelli con radice quadriconsonantica), ed una volta appreso lo si applica anche a tutte le cosiddette “forme derivate” (dalla II alla X).

Certo, esistono alcune “irregolarità” (dovute alla presenza delle “lettere deboli” wâw e yâ’ nella radice), ma queste sono facilmente gestibili – alla luce di pochi accorgimenti riguardanti le combinazioni di vocali brevi e “lettere deboli” (su cui torneremo) – una volta che si è ben assimilata la regola generale.

Già che ci siamo, aggiungiamo anche qualche altra informazione di base sull’argomento.

Il verbo arabo non è dato all’infinito, bensì alla terza persona singolare maschile al passato. In altre parole, anziché “fare”, come per praticità riporta un qualsiasi dizionario arabo-italiano/italiano-arabo alla voce fa‘ala, si tratta piuttosto di “fece” o “ha fatto”.

Ci si chiederà allora che fine ha fatto l’infinito.

Esso è in Arabo un nome a tutti gli effetti, ovvero il cosiddetto masdar, che significando “fonte” ed “origine” ci ricorda che all’origine dell’azione vi è il nome. Il concetto del “fare” viene logicamente prima di un qualsiasi specifico “fare” in un tempo determinato.

Sull’uso del masdar, che in grammatica significa più precisamente “nome verbale” ed è gestito come un nome a tutti gli effetti (noi italiani abbiamo l’“infinto sostantivato”), si può aggiungere che l’Arabo non predilige una frase con un eccesso di verbi. Pertanto si noterà, strada facendo, una sovrabbondanza di nomi ove in Italiano si sarebbero usati dei verbi.

Tornando alla coniugazione del verbo arabo al passato, osserviamo che, logicamente, essendo il verbo fornito alla terza persona singolare maschile, dopo “egli fece/ha fatto” il paradigma prevede “ella fece/ha fatto”, per poi proseguire con le seconde persone singolari, maschile e femminile, e finire con la prima, che è unica per il maschile ed il  femminile. Dopo di ciò, si passa ai duali (ebbene sì, l’Arabo, specificatamente nella sua forma scritta, prevede anche il duale, come altre lingue), e poi alle persone plurali, sempre dalla terza maschile fino a “noi facemmo/abbiamo fatto”.

Certamente si può apprendere il paradigma dei verbi arabi anche partendo dalla prima persona singolare, come in Italiano e nelle lingue a noi più note, ma partendo dalla terza singolare maschile teniamo conto del modo intrinseco al sistema linguistico arabo di presentare il verbo.

paradigmaNei libri arabi per lo studio del verbo, oltretutto, le persone vengono organizzate in maniera ancora diversa: prima le terze persone (egli/ella/essi (due)/esse (due)/essi/esse), poi le seconde (tu m./tu f./voi (due), voi m./voi f.), poi le prime (io/noi). Ma questo è sinceramente un ordine dei fattori che per noi italofoni risulta particolarmente ostico, quindi lo possiamo anche ignorare.

Per ciò che concerne i modi del verbo, vi è poi da dire, in sintesi, che l’Arabo, oltre al passato, che nelle grammatiche italiane è chiamato “perfetto”, prevede i modi “imperfetto” ed “imperativo”.

Ma se per il secondo di questi due modi c’è da dire che esso concerne l’azione comandata, ordinata (es. “fa’!”, “fate!”), relativamente però solo alle seconde persone (per le altre esiste “l’esortazione”: es. “mangiamo”, “esca”, “bevano” ecc.), per il cosiddetto “imperfetto”, che non ha nulla a che vedere con il nostro imperfetto indicativo, basti qui osservare che esso serve a rendere moltissimi tempi verbali, tra i quali il presente indicativo, il futuro semplice, il congiuntivo, il condizionale e persino l’imperativo ed il futuro negativi.

Questo cosiddetto “imperfetto”, chiamato così dalle grammatiche italiane poiché rende tempi relativi ad azioni “non concluse” (quindi “non perfette”), è anch’esso facilissimo da gestire, poiché oltre alla radice triconsonantica presenta, per ciascuna persona, degli specifici prefissi (e talvolta dei suffissi), utilizzando per questi le lettere yâ’, tâ’, alif-hamza e nûn.

Ad ogni modo, lo studio del verbo arabo comincia sempre, per il discente non arabofono, dal passato, quindi per stimolare la curiosità dell’aspirante studente, forniamo, indicando anche gli accenti tonici, il paradigma di un verbo arabo trilittero regolare.

“Scrivere” (in realtà “[egli]scrisse/ha scritto”):

Singolari: kàtaba, kàtabat, katàbta, katàbti, katàbtu.

Duali: kàtabâ, katàbatâ, katàbtumâ.

Plurali: kàtabû, katàbna, katàbtum, katabtùnna, katàbnâ.

Come detto, i trilitteri regolari sono i verbi da studiare all’inizio per impratichirsi con la coniugazione e poi passare a quelli con più lettere (le “forme derivate”) e, solo successivamente, a quelli con le suaccennate “irregolarità”.

Concludiamo questo breve excursus sul verbo arabo segnalando qualche strumento utile:

tresso_verbo_araboC. M. Tresso, Il verbo arabo. Morfologia, paradigmi di coniugazione, forme base e forme derivate di verbi regolari, geminati, con radicale hamza e deboli, (Hoepli, Milano 2002).

O. Nahli, Lingua araba. Il sistema verbale (Pisa University Press, Pisa 2010).

Qutrub (“coniugazione dei verbi arabi”).

Acon Arabic Conjugator (gratuito solo per i verbi senza “irregolarità”): sulla home presenta per l’appunto il paradigma di “scrivere”, sia del “perfetto” che dell’ “imperfetto”, alle forme attiva e passiva, ordinato dalle prime alle terze persone.

25 novembre, 2014   Nessun commento