Corsi di Arabo
Corsi di Arabo

Prenotazioni per i prossimi corsi (dopo l’estate 2014)!

arabo-300x198As-Salâm ‘alaykum!

Si segnala che è possibile prenotarsi sin d’ora per i corsi di Arabo on line che inizieranno dopo l’estate.

Il corso di livello “principianti” prevede 30 ore complessive articolate in lezioni serali da due ore ciascuna (il martedì dalle 20,30-22,30).

Questo corso è l’ideale per chi non sa assolutamente nulla dell’Arabo, oppure per coloro che hanno seguito un corso di pari livello in passato ma hanno ormai dimenticato tutto o quasi… Ma anche chi conosce l’alfabeto e poco più è bene che ricominci daccapo per consolidare le nozioni già acquisite, integrandole e sistematizzandole per poter poi proseguire nello studio dell’Arabo con maggior sicurezza.

Si ricorda che il numero dei partecipanti consentito dalla modalità on line è limitato, dunque se si è concretamente interessati a partecipare è bene prenotare in tempo utile, anche se può sembrare ancora troppo presto. Naturalmente, con “prenotazione” s’intende un serio e motivato desiderio di partecipare al corso, perciò un colloquio conoscitivo/motivazionale è necessario prima di prenotarsi.

A maggior ragione, un colloquio è indispensabile per accedere ai livelli “intermedio” ed “avanzato”: affinché tali classi siano quanto più possibile omogenee, serve infatti un test di livello preliminare.

Il corso di livello “intermedio” (30 ore in tutto) si terrà il mercoledì dalle 20,30 alle 22,30.

Quello di livello “avanzato” (30 ore in tutto) si terrà invece il  giovedì dalle 20,30 alle 22,30.

Si ricorda infine che a partire da qualsiasi momento è possibile iniziare lo studio della Lingua araba in modalità individuale, seguendo il programma stabilito per i tre suddetti livelli, oppure calibrando il percorso sulle più svariate esigenze, comprese quelle di coloro che devono sostenere un esame universitario di Lingua Araba.

Scrivici o contattaci su Skype per ricevere ulteriori informazioni!

1 marzo, 2014   Nessun commento

Quale “Arabo” per la traduzione dall’Italiano?

tastiera-araboTalvolta capita di sentirsi fare la seguente domanda anche da professionisti del settore delle traduzioni: “Quale Arabo si deve utilizzare per la traduzione di un documento dall’Italiano all’Arabo?”.

Per “documento” qui s’intende una brochure informativa, ad esempio. È sempre più frequente infatti l’esigenza di tradurre in Arabo informazioni relative ai più svariati “servizi” erogati da Enti pubblici. Ma non solo.

Come sta la questione, è presto detto. Esiste una sola forma di Arabo scritto, dal Marocco all’Iraq, convenzionalmente chiamata Arabo Moderno Standard (AMS). Esso, ovviamente, può essere utilizzato anche per il registro parlato, ed è ciò che avviene nelle conferenze, nei “media” e, generalmente, nell’ambito dell’istruzione, compresa quella universitaria. L’AMS è, inoltre, la necessaria “lingua franca” utilizzata dagli arabofoni di differenti regioni del mondo arabo.

L’AMS è, in buona sostanza, una semplificazione dell’Arabo coranico (detto anche “letterario”, o “classico”, anche se i vari concetti non esprimono esattamente le medesime realtà), una lingua – la seconda – che ha le sue peculiarità sintattiche e lessicali, oltre che una capacità di sintesi ineguagliabile. L’AMS viene inoltre insegnato a tutti i bambini delle scuole dei Paesi arabi, cosicché si può a piena ragione parlare di una forte coesione linguistica di tutti i Paesi arabi (a differenza di quelli europei!).

Ma al livello della “vita di tutti i giorni”, cioè delle relazioni informali (in famiglia, con gli amici ed i colleghi, al mercato eccetera), esistono i “dialetti”, meglio detti “varianti regionali dell’Arabo”. Questi hanno anche dignità scritta (da non molto tempo, per la verità, ed in limitatissimi ambiti), comunque un qualsiasi “documento” in Italiano (da una brochure ad un sito internet, da un prontuario ad un libretto d’istruzioni eccetera), se non ci sono esigenze particolarissime (ad esempio, una circoscritta provenienza etnico-regionale dei destinatari della traduzione), va tradotto in AMS.

A questo punto, stabilito che con la moderna scolarizzazione tutti, più o meno, capiscono (almeno a livello scritto, poiché parlarlo è un altro paio di maniche) l’AMS, la scelta del tipo di Arabo da usare per la traduzione resta semmai un problema di lessico, che non dev’essere troppo complicato quando ci si rivolge alla “massa”, poiché il pubblico che – tanto per proporre qualche esempio – si rivolge ad un consultorio o ad un centro per l’impiego comprende tutti, gli “istruiti” come gli “ignoranti”, che a tutt’oggi non sono pochi nelle campagne da cui provengono molti immigrati che sono poi gli utenti dei servizi socio-sanitari.

Ma nemmeno bisogna farsi troppi problemi. L’Arabo che anche i meno scolarizzati hanno studiato a scuola (poco o tanto, bene o male, non importa) è l’AMS. Dunque, si tratta di non usare “paroloni” troppo difficili, fatti salvi gli irrinunciabili termini del lessico tecnico di volta in volta richiesto. La questione, insomma, è la stessa che si pone quando si tratta di redigere per gli italiani, e non solo per i “super-acculturati”, un documento il più chiaro e comprensibile possibile.

Per la scelta del traduttore dall’Italiano all’Arabo, infine, non esistono problemi particolari, sebbene alcuni committenti si pongano effettivamente il problema. Questo perché si tratta di tradurre in AMS, un registro linguistico che non è mai usato in nessun Paese arabo – nemmeno in Arabia! – nelle relazioni informali. La scelta, pertanto, cade sul traduttore che conosce meglio l’AMS (e, ovviamente, l’arte della traduzione), e poco importa che si tratti di un maghrebino, un egiziano, un mediorientale o un arabo d’Arabia.

A ciò va infine aggiunto che, stabilito che la traduzione dall’Italiano all’Arabo è preferibile che venga effettuata da un madrelingua arabo (purché conosca perfettamente l’Italiano)*, è sempre buona cosa completare il lavoro con una revisione da parte di un italofono abile quantomeno nella traduzione dall’Arabo all’Italiano.

In alternativa, specialmente per i lavori che presuppongono particolari competenze linguistiche, si può optare per un lavoro “in tandem”, affiancando i due traduttori – l’arabo e l’italiano – che così possono procedere consultandosi ed integrando le rispettive conoscenze mano a mano che avanza il lavoro.

 

(*) Per la traduzione dall’Arabo all’Italiano vale invece il discorso inverso, confermando la validità di tutto quanto segue.

9 aprile, 2014   Nessun commento

Le divine simmetrie della calligrafia araba

alif_cerchioLà dove il Corano giganteggia, l’arte della calligrafia (khatt), in quanto funzionale alla trasmissione della parola di Dio, ha sempre rivestito un ruolo di estrema rilevanza. Anche perché, dal momento che la legge islamica vieta la rappresentazione iconografica della divinità, non esiste altro modo, all’infuori del khatt, per veicolare visivamente i contenuti del messaggio rivelato.

Da qui l’inevitabile e turgido proliferare di stili (più o meno elaborati) e di tecniche, le più raffinate, per mezzo delle quali il calligrafo (armato di qalam, una penna di canna secca) si sforza di interpretare le pieghe più nascoste (e virtualmente infinite) della rivelazione coranica, aiutato – in questo compito – dalla singolare flessuosità dell’alfabeto arabo, i cui grafemi si prestano meravigliosamente alle manipolazioni ortografiche più audaci ed eleganti.

Per essere tale, data per l’appunto la sua sacralità, una calligrafia coranica deve nondimeno sottostare a dei criteri prestabiliti, quali «l’armonia della scrittura» e «l’economia grafica»; principi che fanno sì che ogni lettera o consonante – l’alfabeto arabo ne conta 28 – si leghi alle altre, in ossequio a determinate esigenze di sintesi e di simmetria.

Non dalla fantasia o dalla creatività dell’artista deriva, dunque, la bellezza di un testo calligrafico, bensì – trattandosi di un’arte oggettiva – dal rispetto di aurei e precisi rapporti di proporzione, nonché dall’abile interazione di curve, di rette e di punti che, opportunamente combinati, conferiscono alle parole del Corano una veste esteriore adeguata alla santità del loro significato intrinseco.

L’alfabeto arabo è, infatti, basato su tre coordinate: l’alif (la prima lettera del’alfabeto, che ha la forma di una retta verticale), il punto e il cerchio. Il punto è l’unità di misura della alif, la cui lunghezza determina il diametro del cerchio, all’interno del quale si inscrivono tutte le altre lettere.

Il primo stile calligrafico e raggiungere una certa diffusione fu la scrittura kûfica, dall’omonima località irachena da cui si pensa abbia preso avvio e dove aveva sede, nel primo Medioevo, una delle più importanti scuole di grammatica. Si distingue dagli altri stili in seguito prevalenti (hijâzî, naskhî, thulth) per il suo andamento geometrico e spigoloso, ideale per la realizzazione di epigrafi e di iscrizioni monumentali.

Le lettere dell’alfabeto kûfico sono espresse graficamente da tratti orizzontali corti e dritti, che si intersecano con tratti verticali lunghi, abbinati a circoli spessi e massicci, dando all’insieme della frase (o del passo coranico trascritto) un aspetto tendenzialmente statico, mentre più dinamico e gradevole all’occhio risulta il kûfico «fiorito», ingentilito da riccioli, abbellimenti e piccole decorazioni, appunto, floreali.

 

Tratto da: Angelo Iacovella, 101 storie sull’Islam che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton Editori, Roma 2011, pp. 64-66 (qui in formato e-book)

24 marzo, 2014   Nessun commento

Leggere a voce alta!

kuttabDurante l’apprendimento dei primi rudimenti d’Arabo ci sono alcuni esercizi che non è bene trascurare per appropriarsi in un tempo accettabile di quelle fondamentali abilità che costituiscono la base d’ogni successivo progresso.

Tra queste – come già osservato – vi è senz’altro la capacità di distinguere agilmente le lettere dell’alfabeto. Ma ciò non si limita alla decifrazione del mero segno grafico, bensì alla sua traduzione in un suono. Insomma, bisogna essere in grado di saper pronunciare, prima distintamente e poi nelle varie parole, i suoni dell’Arabo relativi alle diverse lettere, non bastando perciò saper riconoscere che questa è una bâ’, quella è una tâ’ e quell’altra ancora è una thâ’ eccetera.

Ciò è precondizione per poter leggere, ma non è certamente sufficiente.

Quindi, per operare il necessario salto di qualità bisogna assolutamente entrare nell’ordine d’idee di leggere a voce alta. Sì, perché c’è tra gli studenti principianti l’abitudine – dura a morire (per pigrizia, ma anche per imbarazzo ecc.) – di leggere “con gli occhi” e basta, mentalmente. Il che è quanto di più sbagliato si possa fare.

La dimostrazione è presto servita: quando chi si ostina a non leggere a voce alta viene interpellato in classe dal docente, fa regolarmente una ben magra figura, anche se s’era convinto d’essere già abbastanza bravo.

L’apparato fonatorio deve infatti abituarsi, come qualsiasi altra parte del nostro corpo, a riprodurre i suoni dell’arabo, i quali non sono tutti d’immediata acquisizione, beninteso, ma nemmeno sono impossibili da riprodurre!

A tal fine, la cosa ottimale sarebbe poter disporre, a casa propria, di un… arabofono, da interpellare regolarmente. Ma siccome questa è la condizione di pochi privilegiati, in alternativa si consiglia vivamente di procurarsi delle buone registrazioni, inizialmente limitate ai meri suoni dell’alfabeto, per poi passare, quando si è in grado di distinguere le lettere legate in successione, ad elenchi di parole e semplici frasi.

I libri in commercio ormai non mancano, come quello ottimo pubblicato da Assimil. Oppure ci si può affidare ad alcuni siti che propongono esercizi d’ascolto progressivi e ben congegnati.

Ma una cosa dev’essere chiara sopra ogni altra: bisogna leggere a voce alta!

23 dicembre, 2013   Nessun commento

L’Arabo e l’editoria italiana – 1: Hoepli Editore

Abbiamo già segnalato che questo è un periodo propizio per l’editoria che si occupa dell’Arabo e della relativa didattica. Indubbiamente è un buon segno, sempre che si sappia selezionare qualitativamente tra la mole di materiali in crescita e, soprattutto, si sia in grado di capire l’uso adeguato e specifico di ciascuno strumento di lavoro disponibile.

Così, se per decenni i testi di riferimento sono rimasti sempre gli stessi, a partire da una quindicina d’anni (con un picco evidente in quelli recentissimi) ogni casa editrice ha dato alle stampe un volume (o una serie di volumi) dedicato all’apprendimento della Lingua araba.

In questa segnalazione vogliamo occuparci dei testi pubblicati dalla Hoepli, che, dopo il testo di Claudia Maria Tresso Lingua araba contemporanea. Grammatica ed esercizi (1997 e successive ristampe), ha pubblicato un corposo volume a tre mani (O. Durand, A. D. Langone, G. Mion) dal titolo Corso di Arabo contemporaneo (2010).

tresso_lingua_arabaIl primo è una vera e propria grammatica con esercizi, come ricorda il sottotitolo. Ciascuna “lezione” spiega un argomento, con dovizia d’esempi, sempre molto semplici e perciò chiari e di facile assimilazione. Dopo di che vi si trovano un “vocabolario” coi termini nuovi, alcuni esercizi ed uno o più dialoghi, riprodotti nei due cd che si trovano a corredo del libro (nel ’97 c’erano le cassette…). Completano il tutto le soluzioni degli esercizi, le tabelle dei verbi ed un vocabolario che riproduce (in ordine alfabetico, secondo una predilezione dell’autrice (*), nella sezione arabo-italiano) i vari termini incontrati nelle diverse lezioni in cui si suddivide il libro.

Il testo redatto dai tre succitati autori, invece, anch’esso corredato da due cd per l’ascolto, ha un’impostazione differente, meno “grammaticale” ma egualmente rigorosa.

Si comincia con un testo (non vocalizzato) al quale segue l’elenco delle parole nuove, date anche in traslitterazione, cosicché lì si sopperisce alla ‘lacuna’ – voluta evidentemente dagli autori – presente nel testo stesso intorno al quale ruota – con esercizi ed approfondimenti, anche “culturali” – ciascuna unità di studio.

Le nuove regole grammaticali sono spiegate subito dopo, con esempi e specchietti molto precisi, questa volta forniti in testo arabo vocalizzato.

Dopo di che segue un secondo testo, con la successione degli argomenti che si ripete come per il primo testo dell’unità in questione.

Gli esercizi, infine, permettono di fissare sia il lessico sia le espressioni idiomatiche presenti nei due testi, nonché le basilari regole grammaticali e sintattiche ivi presentate.

tresso_verbo_araboClaudia Maria Tresso ha poi redatto sempre per Hoepli (2002) anche un testo intitolato Il verbo arabo. Recita il sottotitolo: Morfologia, paradigmi di coniugazione, forme base e forme derivate di verbi regolari, geminati, con radicale hamza e deboli. Dopo una prima parte dedicata al sistema verbale arabo (sul quale abbiamo segnalato anche questo studio), la seconda – quella più corposa – è riservata ad oltre centotrenta paradigmi di coniugazione. Cosicché anche i verbi più ostici a causa della presenza in radice di “lettere deboli”, hamza e quant’altro li caratterizza come “difficili”, possono essere agilmente coniugati. Non si tratta dunque di un libro per neofiti, ma per chi, dopo averci “provato”, ha deciso che vuole andare avanti nella “sfida” con l’Arabo. E sebbene oggi su internet vi siano ottimi strumenti per la coniugazione dei verbi, un libro come questo, che mette a disposizione di un pubblico italiano quanto è già disponibile da tempo in Arabo sullo stesso argomento, è senz’altro da possedere nella propria biblioteca di “arabista”.

L’editore Hoepli non è certo da questi ultimi anni che si occupa di Arabo. Nel 1913, agli albori della “avventura coloniale” italiana nella “Quarta sponda”, dette infatti alle stampe uno studio di Eugenio Griffini dal titolo L’arabo parlato della Libia – Cenni grammaticali e repertorio di oltre 10.000 vocaboli, frasi e modi di dire raccolti in Tripolitania (ristampato dalla Cisalpino-Goliardica di Milano nel 1985, la stessa che ha ripubblicato la traduzione del Corano di L. Bonelli).

Segnaliamo infine che sempre la Hoepli ha recentemente pubblicato un importante libro di testo dedicato agli arabofoni che intendono apprendere l’Italiano, sul quale torneremo diffusamente in seguito.

(*) Per la stessa casa editrice è da tempo in preparazione, a cura di C.M. Tresso, un Dizionario Arabo-Italiano che vede i lemmi arabi elencati secondo l’ordine alfabetico, e non secondo l’appartenenza ad una radice. Il catalogo Hoepli per l’Università del 2011 lo dava come “pubblicazione prevista”, tuttavia non risulta ancora uscita.

24 ottobre, 2013   Nessun commento

“Perché studi l’Arabo?”

L’approccio allo studio dell’Arabo non è lo stesso per tutti. C’è infatti chi vi si avvicina per un interesse di tipo “culturale” (nell’accezione più estesa del termine, fino ad includere la cosiddetta “intercultura”), chi invece è interessato alla comprensione del Corano, e chi punta piuttosto ad acquisire gli elementi essenziali della lingua del commercio e degli affari, partendo ovviamente dai saluti e dai convenevoli. I quali, senza dubbio – anche senza diventare degli arabisti! – facilitano il rapporto con l’interlocutore arabofono anche se poi la trattativa procede in Inglese o altra lingua europea… Non manca inoltre chi, stufo di non capire nulla dell’idioma del coniuge arabofono, per non parlare dei suoi familiari residenti nella madrepatria, decide d’intraprendere lo studio dell’Arabo. Vi è infine chi è semplicemente appassionato allo studio delle lingue straniere, che trova tutte, indistintamente, bellissime ed estremamente stimolanti (il che è vero).

Ed i motivi per mettersi a studiare questa lingua e rispondere (e rispondersi) alla domanda “perché studi l’Arabo?” non finiscono qui. Anche perché gli stessi motivi principali si mescolano cammin facendo con altri, nuovi, fino a lasciargli il posto: si parte per motivi di lavoro o di università e si finisce per rimanere ammaliati dalla lingua degli arabi, fino a volerne conoscere ogni segreto. Ma c’è addirittura chi prende lo studio dell’Arabo come una “sfida” con se stesso: una lotta all’ultimo sangue con una materia “difficile”!

Quel che è certo è che dopo che si è cominciato è difficile tornare indietro. Di solito è “amore a prima vista”. L’Arabo sa farsi voler bene anche da chi all’inizio era un po’ scettico, non tanto sulla sua “utilità” (termine quanto mai inappropriato in relazione ad una lingua), quanto sulla sua personale capacità di compiere dei progressi. Beninteso, ognuno fa quelli che la sua situazione e la sua disposizione per la materia (senza dimenticare l’entusiasmo!) gli consentono. Ma una cosa è certa: se si è motivati, qualche che sia la motivazione, si va avanti. Ciascuno coi suoi tempi, certo, tanto più che nello studio dell’Arabo la fretta è cattiva consigliera.

Pertanto, si diffidi di chi promette “l’Arabo in quattro settimane”, “la Lingua araba svelata in 30 giorni” e via millantando. Ma ci si guardi anche da chi pone la fatidica questione sul “perché” si è scelto di studiare l’Arabo col non troppo recondito intento d’insinuare il tarlo del dubbio e facendo intendere che si sta perdendo tempo con una lingua “inutile” e “difficile”…

Come sempre, in queste occasioni, valga una risposta su tutte: “Lo studio perché mi piace!”. C’è forse bisogno d’altro?

8 ottobre, 2013   Nessun commento

Lingua araba. Il sistema verbale

A costo di sembrare ripetitivi, abbiamo più volte sottolineato che l’Arabo non è una lingua difficile, per non dire “impossibile”, come, tra il serio e il faceto, aveva tentato di far capire il prof. Michele Vallaro in questo libretto nel quale vengono sfatate varie ‘leggende metropolitane’ al riguardo.

Certo, sarebbe esagerato nascondere alcune peculiari asperità della lingua del Corano, come ad esempio l’acquisizione di una pronuncia che possa dirsi decente. Ma imparare l’alfabeto – ripetiamo, un alfabeto, non degli ideogrammi! – è cosa decisamente alla portata d’una intelligenza media e di una discreta motivazione… Ma non solo: tra gli aspetti dell’Arabo che non presentano particolari difficoltà e che per lo studente in erba costituiscono perciò una gradevole sorpresa, vi è sicuramente il sistema verbale.

Fatti salvi infatti i cosiddetti verbi “irregolari” (quelli che presentano nella radice la wâw e la yâ’), impratichirsi con la coniugazione dei modi “perfetto”, “imperfetto” ed “imperativo” è cosa relativamente facile, “forme derivate” incluse.

Per aiutare gli appassionati di lingua araba – in particolare quelli pervenuti ad uno stadio più o meno avanzato – giunge dunque opportuno questo nuovo strumento didattico, Lingua araba. Il sistema verbale, di Ouafae Nahli, pubblicato per la collana “didattica e ricerca” delle edizioni Plus (Pisa University Press).

Il volume, che consta di 142 pagine ed è in vendita ad un prezzo di 14 euro, è effettivamente molto utile non solo per gli studenti, ma anche per i docenti, poiché ha il pregio di presentare il sistema verbale arabo secondo la logica intrinseca della lingua araba stessa.

Per di più, al termine del libro, è presente un capitolo dedicato alla “frase araba”, ovvero alla “frase verbale” e ala “frase nominale” ed ai loro rispettivi elementi costitutivi, il che non guasta se si ambisce ad impadronirsi anche di quelle conoscenze teoriche necessarie per poter formulare, sia nello scritto che nel parlato, enunciati ordinati e quindi comprensibili, con tutte le loro parti al posto giusto, com’è normale che sia se si vuol affermare a ragione di conoscere una lingua.

21 agosto, 2013   Nessun commento

La fondamentale importanza dell’apprendimento dell’alfabeto

La prima cosa di cui un principiante assoluto di Arabo deve venire a capo in tempi brevi è senz’altro l’alfabeto, ovvero la capacità di discernere rapidamente una lettera rispetto all’altra.

Questo almeno per quanto riguarda la lettura, ché per perfezionare la scrittura c’è tempo (diciamo tutta la durata di un corso principianti, ed anche qualcosa di più…). Ma va detto, al di là di quel che può pensare chi predilige la scrittura al computer, che non è una scelta saggia quella di privarsi del piacere di scrivere in Arabo a mano…

È vero che molti testi, tra cui quelli della serie Assimil, offrono allo studente i testi arabi di ciascuna unità in traslitterazione, così come, nella fase di apprendimento dell’alfabeto, aveva scelto di fare Laura Veccia Vaglieri, insistendo particolarmente con gli esercizi di traslitterazione dall’alfabeto arabo a quello latino e viceversa (questi esercizi sono stati purtroppo eliminati nella nuova edizione).

Fatto sta che se non si riesce a distinguere a colpo sicuro la bâ’ dalla nûn, la jîm dalla khâ’, la sîn dalla shîn e così via, per tutto il restante cammino sono letteralmente dolori… Infatti, non è né pensabile appoggiarsi indefinitamente alle traslitterazioni poiché ogni lingua dispone del suo alfabeto ed è bene perciò impratichirsi con quello; né è immaginabile poter fare dei progressi mano a mano che si accumulano le nozioni ed i vocaboli, se ancora al termine di un corso principianti non si è in grado di distinguere con facilità un carattere dall’altro.

Non si tratta di un’impresa disperata, sia chiaro, perché stiamo parlando di un alfabeto, non di ideogrammi!

Però, a causa di vari fattori, è possibile che l’alfabeto arabo rappresenti per qualcuno un ostacolo più difficile da superare rispetto agli altri.

Che cosa fare, dunque, in questi casi? Non c’è alternativa ad una serie di esercizi mirati, che partono dalle classiche “paginate” di lettere scritte nelle differenti grafie “isolata”, “iniziale”, “mediana” e “finale”, per non parlare dell’utilità di un banale esercizio di copiatura, come quello degli amanuensi… che ha oltretutto il vantaggio di ‘sciogliere’ la mano nella produzione del tratto da destra verso sinistra.

Oltre a ciò, per aiutare chi, a causa di questo banale ritardo, rischia di arrancare su tutto il resto, giungono provvidenzialmente un paio di testi che si distinguono, rispetto ad altri, per la loro impostazione rigorosa e per i risultati che sono in grado di garantire.

Il primo, davvero esaustivo, è quello di Wasim Dahmash, Scrivere l’Arabo (Edizioni Nuova Cultura, Roma 2009), che ha il pregio di tornare utile anche nella fase successiva a quella dell’apprendimento del mero alfabeto, contenendo infatti vari testi da tradurre (con relative soluzioni).

Il secondo, decisamente più didattico e alla portata di un pubblico meno avvezzo agli esami universitari, è il Quaderno di scrittura di A. Benali, appena uscito per i tipi di Assimil, che gli studenti di Arabo già conoscono per i volumi corredati da supporti audio e mirati allo sviluppo delle abilità più prettamente comunicative.

Come che sia, non s’insisterà mai abbastanza su un punto: che prima o poi tutti (purché, come si suol dire, si “applichino”) sono in grado quantomeno di leggere quanto è scritto in Arabo!

20 maggio, 2013   Nessun commento

Quelle ‘strane’ similitudini tra parole di “famiglie” diverse…

Che cosa possono avere in comune l’Arabo e lingue a noi familiari come l’Inglese, il Francese, (talvolta) il Tedesco e, naturalmente l’Italiano?

Molto più di quanto comunemente si creda, se non si assolutizza quel confine, potente anche nell’immaginario, tracciato attraverso le cosiddette “famiglie linguistiche”. L’Arabo appartiene infatti alle “lingue semitiche”, mentre le altre summenzionate sono state inserite nelle “lingue indoeuropee” (lasciando perdere i sottogruppi di entrambe le famiglie).

Le classificazioni, escogitate in un periodo – il Sette-Ottocento – in cui tutto, per gli studiosi occidentali, doveva essere sistematizzato (per meglio essere “controllato”), possono avere la loro utilità, ma è bene evitare di trarne deduzioni forzate e pretestuose, che dal mero campo linguistico finiscono per coinvolgere gli ambiti della psicologia, della sociologia e addirittura della mentalità di un parlante Arabo piuttosto che Inglese, Italiano eccetera.

Con questo non vogliamo dire che le lingue “sono tutte uguali”, con ciò intendendo che una “traduzione” di un vocabolo o di una frase basta ad esprimere tutta la gamma di sensazioni, immagini e concezioni di cui una lingua è veicolo privilegiato, a differenza di altre. Ogni lingua, in effetti, è particolarmente adatta per esprimere determinate idee invece che altre.

Talvolta la questione è facile da capire: se l’informatica ha avuto uno sviluppo preponderante negli Stati Uniti, va da sé che l’Inglese è perfetto per apprenderne ogni aspetto; così come è noto che gli archeologi devono imparare un po’ di Tedesco, mentre i musicisti sarà bene che s’impratichiscano con l’Italiano, se non altro perché nel primo caso molti studi “classici” in materia sono stati redatti nella lingua di Goethe, mentre nel secondo è ancor più noto che l’Italia ha dato i natali al fior fiore dei musicisti e dei cantanti d’opera.

Ma qui si tratta ancora fattori d’ordine storico, sociale, economico, ed anche politico a farla da padrona. Mentre vogliamo invece sottolineare un aspetto poco considerato oggi, ovvero la capacità di una lingua di poter esprimere “idee spirituali”, di fungere da sostegno per una ricerca interiore.

Ora, tutti sanno che la lingua del Corano, il testo sacro dell’Islam, è l’Arabo. Dunque, chi vuole penetrare nei significati più reconditi del Libro (con la maiuscola) non può prescindere dall’apprendimento dell’Arabo. Lingua araba e religione dell’Islam sono inscindibilmente correlati.

Ma al di là di tutto questo, vi è, per così dire, a monte, una sorta di “unità d’origine del linguaggio” (v. A. Trombetti, L’unità d’origine del linguaggio, Bologna 1905): se la Verità, da cui promana tutto il resto, è una, anche la lingua non può che essere, originariamente, una.

Ecco che si spiegano così alcune ‘inspiegabili similitudini’ tra vocaboli di lingue appartenenti a “famiglie” diverse che esprimono “idee fondamentali”: all’inglese Earth e al tedesco Erde (“Terra”), fa eco l’arabo Ard; la parola araba Daw’ (“luce”) è ricollegabile alla stessa radice dei nostri e Diurno; Lugha (“lingua”) ricorda curiosamente il greco Logos; Sûfiyya (da cui “Sufismo”) evoca immediatamente la Sofia, la Divina Saggezza; il tedesco Zahn (“dente”) ha a che fare con l’arabo Sinn? Strano, ma fino a un certo punto che “gemello” in arabo si dica taw’am, dalla stessa radice “indoeuropea” di due, two ecc. Jins (“genere”, “sesso”) chissà perché è così simile a Gens e Genus. E come mai gli inglesi chiamano Breakfast (lett. “rottura del digiuno”) la colazione, esattamente come fa l’Arabo scegliendo una radice che racchiude l’idea di rottura, interruzione, da cui Iftâr (il pasto che segna la fine, al tramonto, del quotidiano digiuno di Ramadân) e Futûr? Hilf (“alleanza”), ha a che fare con Hilfen (ted.) e To Help (ing.)? Udhun (“orecchio”) è completamente estraneo al prefisso oto-? La Ka‘ba ricorda poi clamorosamente la parola Cubo, mentre Haratha, un’attività tra le più antiche volta alla preparazione dei campi, riporta alla mente Arare ed Aratro. Ha qualche relazione poi l’arabo Kafan (“bara”) con l’inglese Coffin? Qarn (“secolo”) pare inoltre essere collegato al greco Kronos, mentre è assai curioso trovare il tedesco Berg (“montagna”) e l’arabo Burj (“torre”), e sempre per scomodare il tedesco desta un certa impressione l’assonanza tra War (“guerra”) e Harb. Cut (“tagliare”, in inglese) potrebbe aver la stessa origine dell’arabo Qata‘a, così come il francese Casser (“rompere”) ricorda straordinariamente l’arabo Kasara, allo stesso modo di Achéter (“acquistare”), che fa il pari con Ishtarâ.

Si tratta solo di “prestiti linguistici” (come i più sono indotti a pensare?), oppure di semplici, benché notevoli, assonanze? Oppure di qualcos’altro che ci induce a riflettere sull’unità fondamentale non solo dell’origine del linguaggio bensì dell’intera civilizzazione umana?

 

13 maggio, 2013   Nessun commento

Il “problema” dell’Alif

Purtroppo in giro vi è molta confusione ed improvvisazione per quanto riguarda l’insegnamento dell’Arabo. Tra gli errori più frequenti ‘generosamente offerti’ ai neofiti, vi è quello relativo al corretto inquadramento dell’Alif nell’ambito dell’alfabeto arabo, nonché delle funzioni che essa svolge.

Vi è infatti la malsana abitudine di associare l’Alif alla nostra “A”, ingenerando perciò il dubbio che si tratti di una vocale… Ma l’Arabo non riporta in grafia se non le consonanti, mentre per quanto riguarda le vocali, si tratta di piccoli segni apposti sopra o sotto le lettere dell’alfabeto, ma che non sono appunto lettere dell’alfabeto.

Per inciso, l’Arabo dispone di soli tre suoni vocalici: u, a, i (da apprendere in quest’ordine, per motivi che il discente poi comprenderà).

Detto questo, è altresì vero che l’Alif ha a che fare col suono vocalico “a”, ma in un modo che non viene ben compreso da vari “docenti” alle prime armi. Essa, funge da una sorta di “promemoria” del suono vocalico lungo “â” (in traslitterazione, l’accento circonflesso, o quello piano, macron, indicano un suono vocalico lungo), nel senso che se una qualsiasi consonante porta il segno della “a” breve ed è seguita dall’Alif, il tutto andrà letto con un suono vocalico lungo “â”.

Ma di per sé, l’Alif non corrisponde ad alcun suono!

Essa, nella numerologia araba, ha valore 1, pertanto, considerati la sua forma “assiale” e il suo valore numerico, si comprende che l’Alif simboleggia il Principio, al di là della “forma”, del “mondo”, il quale invece si manifesta con la Bâ’, la seconda lettera dell’alfabeto arabo (con valore numerico 2…), e precisamente col punto che le sta sotto.

Nell’alfabeto arabo, poi, vi sono altre due lettere che hanno un certa affinità con l’Alif, e trattasi della Yâ’ e della Wâw, chiamate “lettere deboli”, nel senso che in alcune parole subiscono, quando si trovano nella loro radice (perlopiù triconsonantica), varie trasformazioni. L’affinità sta nel fatto che, sebbene rendano graficamente il suono consonantico della “Y” dell’inglese “yes” e della “W” dell’inglese “well”, esse si prestano a svolgere la medesima funzione di “promemoria” di altri due suoni vocalici lunghi, rispettivamente “î” e “û”. Sempre alla medesima condizione vista prima: cioè che la consonante porti il segno “i” o “u”, e sia seguita rispettivamente dalla Yâ’ o dalla Wâw. Ma con un’ulteriore condizione, rispetto a quanto detto per l’Alif: che la Yâ’ e la Wâw non portino alcun segno di vocalizzazione breve, compreso il sukûn (che rappresenta, per una qualsiasi lettera, l’assenza di sua vocalizzazione).

Questa seconda condizione, riguardante solo Yâ’ e Wâw, non riguarda l’Alif per un semplice motivo. Che non rendendo alcun suono, non può esservi un suo utilizzo “consonantico”, come invece può avvenire per le due “lettere deboli”, ad esempio nelle parole yad (“mano”) e wazîr (“ministro”).

27 febbraio, 2013   Nessun commento